giovedì 12 aprile 2012
Il notaio, più ancora del geometra o dell’architetto, rappresenta per l’agente immobiliare la stella polare, il punto di riferimento certo, l’alfa e omega di ogni pratica. Per chi vende o compra casa, come per chi vuole risolvere le beghe del testamento del nonno o aprire una società, andare dal notaio significa quasi sempre dire addio a una buona fetta di culo, è vero, ma per legge non ne possiamo fare a meno. Anzi, questa cosa è così radicata a fondo nelle nostre coscienze che senza di lui ci sentiremmo pure persi. Perché quando davanti a noi legge il rogito, con la solennità di un vescovo in duomo il giorno di Natale, ci sentiamo protetti, al caldo e al sicuro sotto una morbida coperta di legalità. Nonostante la fetta di culo in meno. Mi chiedo come facciano in Inghilterra, senza notai. Deve essere terribile, una landa desolata popolata da selvaggi senza Dio.
Oggi abbiamo avuto un rogito, e il notaio scelto era uno dei più in vista della città, di quelli che se abiti in provincia hai sicuramente sentito nominare anche se non hai mai avuto bisogno di un notaio in vita tua.
Dopo aver lottato con un parchimetro che non collaborava, sono arrivato sudato e spettinato ma con tutte le pratiche nella mia valigetta davanti al civico del notaio. Non c’ero mai stato, quindi ci ho messo un po’ a capire quale campanello suonare. I nomi incisi sulle placchette d’ottone ossidato erano tutti scritti in corsivo inclinato e piccoli come note a piè di pagina di una vecchia bibbia, ma alla fine sono riuscito a trovare quello giusto e a farmi aprire. Il palazzo settecentesco ospitava l’ufficio del notaio e diverse abitazioni di famiglie, quasi tutte con più di un cognome a quanto avevo avuto modo di apprendere dal citofono. Dall’altro lato del grande portone in legno che avevo appena varcato c’era un’altissima loggia con soffitto a volta che portava ad un cortiletto, e in un silenzio che era quasi monastico mi sono perso a guardare i rampicanti sempreverdi che salivano aggrappati ai muri scrostati, riflettendo sulla differenza tra i concetti di vecchio e antico. Quasi non si sentivano più le auto passare sul ciottolato dall’altra parte del portone. Qualche minuto più tardi sono arrivati anche i clienti, e dopo i convenevoli, siamo entrati nell’ufficio nel notaio.
Il soffitto era altissimo, e c’era legno dappertutto. I cassettoni decorati, il parquet, i tavoli, le enormi librerie che lasciavano intravedere affreschi tra l’una e l’altra, le panche e le poltroncine per l’attesa, tutto era rigorosamente ligneo. Quattro o cinque ragazzi lavoravano a capo chino sulle scrivanie, leggendo tomi giganti o lavorando al PC. Una di loro ci è venuta incontro sorridente – Siete qui per l’atto di compravendita immagino, seguitemi.
Ci ha fatto entrare in una stanza col soffitto se possibile ancora più alto di quello di prima, con una scrivania in mogano delle dimensioni e del peso di una Volvo famigliare, ricoperta di libri. Ci siamo seduti sulle sedie in fila davanti al grande tavolo, mentre la ragazza si congedava avvertendo che il notaio avrebbe avuto qualche minuto di ritardo. Putti, damigelle, santi e gendarmi ci guardavano dalle pareti affrescate, mentre noi a causa di un riflesso molto pavloviano parlavamo a bassa voce come se ci trovassimo in una basilica. Poi la porta dietro di noi si è aperta, ed è entrato il notaio.
Indossava una maglietta Liabel che una volta doveva essere stata bianca, e che adesso era color giallino pallido e sformata come se l’avesse indossata un orso per qualche anno. Dai pantaloncini da tennis azzurri, anche quelli in pessimo stato, spuntavano due gambe secche, bianche e con radi pelacci grigi qua e là. Un paio di occhiali con montatura d’osso e lenti spesse un dito stavano miracolosamente appesi a un naso non proprio da pugile ma quasi. Dalla bocca pendeva un sigaro. Di sbieco. Acceso. Nella mano destra teneva una busta della spesa usata troppe volte e sul punto di rompersi, con dentro quello che sembrava un grosso salame a giudicare dalla forma.
– Buongiorno a tutti. Dispiace se fumo?
Il contrasto tra il personaggio e il contorno era quasi stordente, come trovarsi tra due casse da cento watt, una caricata a Puccini e l’altra che spara pezzi degli Slayer. Quantomeno la sua entrata poco convenzionale aveva reso l’atmosfera meno ecclesiastica, e le nostre voci avevano di botto guadagnato almeno una ventina di decibel.
– Bene, ci siete tutti mi pare: iniziamo con la lettura dell’atto.
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