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Di pioppi e sex toys

martedì 31 maggio 2011

L’altro giorno ero seduto alla scrivania, con lo sguardo fisso sulla strada dall’altra parte dei vetri sottili, perso un po’ nei miei pensieri e vagamente ipnotizzato dal traffico. Poi ho visto un piccolo Toyota arrivare e inchiodare a ridosso degli scalini davanti l’ingresso. È sceso un signore basso e quadrato, coi capelli bianchi, occhiali da sole avvolgenti da americano medio e una busta bianca della spesa nella mano destra. È entrato in ufficio, scrutandomi serio per qualche secondo attraverso le lenti scure, e poi con voce catarrosa, al limite dello sputo inconsapevole, ha chiesto – C’è Alessandro?

– Sì certo, è nell’ufficio sul retro. Lo vado a chiamare.

– Bene, che ho una cosa da fargli vedere!

Ecco, in realtà non aveva detto esattamente così. Giobbe, così si chiama, si esprime quasi esclusivamente in dialetto. Più precisamente nella la variante più grezza e gutturale, tipica delle zone di campagna a sud della provincia. E anche se a soffrirne saranno sfumature e pathos, per amor di comprensibilità qui lo farò parlare in italiano.

Quando Alessandro è arrivato ho immediatamente capito che i due si conoscevano da tempo: Giobbe era un vecchio amico di suo padre. Era nato da una famiglia povera a metà degli anni Trenta, e aveva lavorato nei cantieri di ricostruzione e ammodernamento della città nel Dopoguerra, fatto il camionista, lavorato come bracciante in campagna, e infine era diventato uno dei commercianti di pioppi più importanti della zona.

Aveva più di ottant’anni, ma anche una verve fuori dal comune e la voglia di vivere (non solo quello, in realtà) di un ventenne. Il corpo iniziava ad assecondare sempre meno questa sua esuberanza, ma lui non contemplava minimamente l’idea di rassegnarsi a starsene a casa a guardare i programmi pomeridiani su Canale 5 con la moglie.

Ridendo con la stessa risata del cane Muttley[i], si è tolto gli occhiali e ha guardato prima Alessandro e poi me – Ecco cosa volevo farti vedere – e ha tirato fuori dal sacco di plastica un pene di gomma mastodontico, nero, enorme, e lo ha inchiodato sulla scrivania con la grossa ventosa che stava dietro i testicoli, che erano grandi come arance.

Io e mio cugino abbiamo guardato con gli occhi sgranati prima quel coso enorme e poi la vetrina, per verificare che non stesse entrando nessuno. E una frazione di secondo dopo ci siamo precipitati a coprirlo, mentre cercavamo contemporaneamente di staccarlo, a fatica, dalla scrivania. Giobbe rideva come un matto, e ha iniziato a tossire così forte che ha dovuto sedersi.

– Ma che cazzo è ‘sta roba! – gli ha urlato contro Alessandro.

– Come cos’è, è un cazzo di gomma! Sai che mi facevo fare quelle punture per tirarlo su no? Quelle che mi dava il veterinario. Eh, ultimamente hanno iniziato a darmi qualche effetto collaterale, mi si bloccavano le gambe, e allora ho dovuto smettere. E come la faccio felice adesso la Janaína? Ecco, con questo la faccio felice! Dovresti vedere come urla!

Non sapevo chi fosse questo vecchio e tantomeno questa Janaína, ma stavo comunque per pisciarmi sotto dal ridere, e Alessandro era già sull’orlo di una crisi isterica. Rideva anche Giobbe, guardando me e lui a turno, soddisfatto di aver portato a termine la sua missione. La seconda della giornata, se escludiamo Janaína.

Appendice, settembre 2022

Ecco, Giobbe l’ho conosciuto in questo modo. Un ottantenne sposato dal ‘56 che aveva una torbida relazione a pagamento con una ragazza che gli si concedeva per arrotondare uno stipendio da donna delle pulizie, e che si è presentato piantando un cazzo enorme sulla mia scrivania. Indecente e moralmente discutibile? Assolutamente sì. Ma fermarmi a questo non renderebbe giustizia a un personaggio che era diventato una presenza fissa in ufficio… Aveva sempre un paio di appartamenti da affittare, dritte su terreni da vendere, aneddoti su una città degli anni Cinquanta così diversa e così uguale a quella di oggi.

E anche aneddoti sui pioppi, come le migliori zone per coltivarli, le malattie che potevano colpirli, e su quanto fosse redditizio il mercato negli anni Settanta. Parlava così spesso dei pioppi che mi viene da pensare che fossero davvero quelli il suo grande amore, più della moglie e più anche di Janaína.

A lui faceva piacere passare del tempo con noi, e a noi piaceva passarlo con lui anche se significava ritardare una telefonata, un appuntamento o la pubblicazione degli annunci del fine settimana. Ci separavano circa cinquant’anni, ma eravamo diventati “amici”. Mi chiedeva come andava col lavoro e con le questioni di cuore, e sparava qualche cazzata mista a saggezza agreste per tirarmi su quando intuiva che le cose non andavano esattamente bene.

Aveva un piccolo appartamento in montagna, vicino al lago di Ledro. Non esattamente Courmayeur, ma un bel posto comunque. Per pura coincidenza, era anche il posto dove una volta all’anno andavo per partecipare a una gara podistica, o meglio una “camminata faticosissima e lenta” per quanto mi riguarda. E un luglio di qualche anno fa abbiamo colto l’occasione di quella gara per incontrarci. Era felice come una Pasqua all’idea di vedermi lassù, e al traguardo della corsa (camminata) era già lì, col suo piccolo Toyota, gli occhiali da sole avvolgenti e un gran sorriso:

– E adesso andiamo al ristorante, vedrai dove ti porto!

Il posto era una bettola con cameriere stanche e sgarbate che sembravano uscite da una versione low-cost di Twin Peaks[ii]. Mi ricordo di aver mangiato un piatto di maccheroni al pomodoro e una bistecca di cervo dura come un copertone, e che ne aveva quasi lo stesso colore. Lui aveva preso una minestra, tutta succhiata rumorosamente dal cucchiaio. Avevamo annaffiato il lauto pasto con acqua liscia. – Di fonte! – aveva sottolineato Giobbe. Per finire, due caffè e un liquore alle erbe fatto in casa, niente male per il vero, ma quello solo per me.

Un pranzo memorabile a modo suo, ma la cosa che più mi è rimasta impressa di quella giornata è stato il tragitto traguardo-bettola, percorso a velocità pericolosamente prossime allo zero in rettilineo, con improvvise e sguaiate accelerate sui tornanti, lunghi tratti contromano, e clacsonate di gente infuriata con quel piccolo Toyota guidato apparentemente a caso. I primi capelli bianchi credo mi siano spuntati lungo quei sei lunghissimi chilometri.

Giobbe non c’è più, se ne è andato due anni fa. L’ho saputo solo qualche mese più tardi, e mi è spiaciuto non essere stato là per salutarlo un’ultima volta. In qualche modo, lo sto salutando adesso, mentre scrivo queste righe.


[i] Muttley è un cane/pilota cartoon, spalla del villain Dick Dastardly nella serie Wacky Races, della Hanna-Barbera (1968).

[ii] Twin Peaks è una inquietante serie televisiva statunitense ideata da David Lynch e Mark Frost, andata in onda nel 1990 e 1991.


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