Salta al contenuto

Una Luisona e un geyser

venerdì 28 marzo 2014

Se avete letto Bar Sport di Stefano Benni[i], avrete familiarità con la Luisona. Per chi non l’ha letto (male, molto male), riassumo in poche righe il concetto. La Luisona è una brioche che vive da tempo immemore nella vetrinetta del bar del paese. Nessuno sa esattamente quando è stata messa lì, e il colore non è più quello degli anni migliori, ma lei resiste, se ne sta tranquilla ad aspettare il principe azzurro che con mille lire romperà l’incantesimo, e se la porterà a casa.

Ecco, anche noi avevamo la nostra Luisona: una corte di campagna di medie dimensioni, non eccessivamente in mal arnese, situata sulle rive del Po. Una cenerentola disabitata da forse cinque lustri, con alle spalle l’argine maestro, davanti una strada sterrata, e sui lati una foresta di pioppi. Bella a suo modo, silenziosa, isolata, e immersa nella natura, anche lei in attesa del suo principe.

Forse non era la più appariscente delle cascine che avevamo, ma era graziosa, le foto non erano male, e non aveva niente da invidiare a molte altre che invece avevamo venduto relativamente senza problemi. Per qualche motivo non se la cagava nessuno: fin da prima che iniziassi a lavorare qui, non una visita, non una telefonata, non una mail per avere qualche ragguaglio, niente di niente.

“As idle as a painted ship, upon a painted ocean”, avrebbe detto S.T. Coleridge[ii].

La nostra Cenerentola/Luisona era un cruccio soprattutto per il socio ipercinetico, che come ho già scritto viveva una passione pressoché suicida per cascine, casolari e terreni. Suicida perché la quantità di benzina bevuta dal suo assetato fuoristrada per andare a visitare assieme a clienti svogliati le corti e catapecchie rurali della provincia era una delle più pesanti voci a bilancio.

Certo, quando poi riusciva a venderne una magari con un buon appezzamento di terreno a corredo, tiravamo tutti un bel sospiro di sollievo, conto in banca compreso. Ma non succedeva tutti i mesi, e manco tutti i semestri, a dirla tutta.

Questo tipo di abitazioni sono l’obbiettivo di due soli tipi di cliente:

  • Tipo 1: Agricoltore, magari con terreni attaccati a quello della cascina in vendita, intenzionato ad allargare il suo fondo. Quasi sempre più interessato alla terra che al casolare, che non abbatte solo per evitarsi la fatica di dover poi smaltire i detriti.
  • Tipo 2: Avvocato o dottore, con lo studio a Brescia, Milano o Verona, ansioso di accaparrarsi una casa di campagna a buon prezzo, per poi tirarla a balestra con capitolati a molti zeri, piazzare una piscina sul retro, un bel gazebo bianco sull’aia, una recinzione altissima armata di telecamere tutto attorno, con l’obbiettivo di poter invitare altri avvocati e dottori a passare “un weekend di relax in campagna, non te ne pentirai, il mio vicino fa un salame che…”.

Nel primo caso, che la cascina sia in buono o pessimo stato poco importa. Nel secondo caso invece importa eccome, ma allo stesso tempo è raro che l’acquirente abbia letto tomi tipo “Idrogeologia e tecniche costruttive nei territori agricoli padani a cavallo tra il 1800 e il 1900”. Ed è un peccato, perché a volte tornerebbe utile.

A ogni modo, potevo quindi ben spiegarmi perché i primi non fossero interessati alla Luisona: praticamente non c’era terreno, ed era chiaramente una zona più da pioppo che da frumento. E purtroppo non era interessante nemmeno per l’ottuagenario proprietario dei pioppeti confinanti: il valore del legno da pioppo era talmente crollato che per recuperare la spesa ci sarebbero voluti almeno altri quindici anni, e si era fatto due conti.

Ma non ci capacitavamo del fatto che neppure uno straccio di avvocato divorzista o chirurgo da clinica privata ci avesse mai chiamato per dirci – Bella questa Luisona, mi portate a vederla? – Perché le carte in regola per attirare l’attenzione ce le aveva davvero la piccola.

Poi, una stanchissima mattina di giugno di un paio di anni fa successe qualcosa: un signore tondo, con una camicia azzurra pericolosamente tesa sul ventre e con pirotecnici baffi da sceriffo è entrato nel nostro ufficio sventolando la stampa di una pagina del nostro sito.

– Buongiorno, sono il dottor Zilberti, ho visto questa casa di campagna sul vostro sito internet e vorrei andare a vederla. Se possibile anche adesso! Sono solo di passaggio, devo rientrare a Milano (cosa avevo detto?) – già nel pomeriggio.

Si è avvicinato e mi ha mostrato il foglio tenendolo davanti a sé con le due mani: era la Luisona. Finalmente, mi sono detto. Però c’era un problema, in ufficio ero da solo e non potevo abbandonare il fortino senza qualcuno che mi sostituisse.

Ho provato a chiamare Alessandro una, due, tre volte ma senza successo. Allora ho provato a telefonare al socio ipercinetico, ma neppure lui rispondeva.

Al che ho proposto al dottor tondo di sedersi per discutere un po’ dei dettagli di quell’immobile, nella speranza che nel frattempo uno dei miei soci richiamasse. – Questione di minuti – gli ho detto senza averne affatto la certezza, ma non volevo lasciarmi sfuggire il pesce.

Il Zilberti però, non aveva proprio tempo, doveva davvero andare, e sempre tenendo il foglio ben stretto nella mano esageratamente piccola, così come era entrato è uscito, quasi con una piroetta.

Sono rimasto un po’ interdetto, e onestamente dispiaciuto per la Luisona, che immaginavo fremere per l’arrivo di un pretendente, per quanto poco somigliasse a un principe azzurro.

– Magari ritorna tra qualche giorno – mi sono detto – così mentre andiamo a vederla gli spiego quali sarebbero gli interventi sicuramente da fare.

Ma il signore non è più ritornato, e io col tempo mi sono dimenticato di lui, e anche un po’ della vecchia cascina che nessuno vuole.

Era passato qualche mese, eravamo a ottobre credo, quando ho ricevuto una telefonata da un signore che sembrava avere mille anni. Era il proprietario della Luisona, mi chiedeva se avevamo ancora le chiavi. Gli ho risposto che certo, le avevamo al sicuro nella nostra cassaforte.

– Passo nel pomeriggio a prenderle, l’ho venduta!

Un po’ sorpreso, un po’ felice per il signore, e anche un po’ incazzato (allora era possibile, si poteva riuscire a venderla la maledetta!), sono sceso al piano di sotto per recuperare le chiavi.

Il proprietario è passato a recuperarle il pomeriggio stesso, così contento che invece di mille anni ne dimostrava non più di ottocento. Ci ha spiegato che purtroppo, visto che non avevamo venduto per tanti anni e che non avevamo un contratto di esclusiva, alla fine aveva affidato l’immobile anche ai nostri vicini di casa lampadati, quelli che camminano sui carboni ardenti e con la corvaccia a capo della filiale.

– Pensi che fortuna, hanno trovato questo dottore di Milano innamoratissimo della casa. Un signore basso con due grossi baffi a manubrio, simpaticissimo.

– Porca puttana – mi sono detto. – Il baffone se ne è uscito da noi e si è fiondato direttamente dagli altri, e io non sono neppure riuscito a farmi lasciare una firma a testimonianza del fatto che quella casa l’aveva vista prima con noi… avremmo avuto diritto almeno a una parte delle provvigioni! La solita storia, sapete.

Anche se dire “vista” sarebbe stato esagerato.

Anche se era entrato e uscito alla velocità della luce.

Anche se a un certo punto sticazzi, amen.

Quindi ho consegnato le chiavi al signore, ci siamo stretti la mano, e ci siamo salutati.

Fast forward a ieri, era passato un bel po’ e io mi ero di nuovo dimenticato della Luisona.

Stavo bevendo uno spritz al bar assieme a un geometra titolare di una piccola impresa edile.

– Lo sai che cantiere apro la prossima settimana? C’è sto tizio di Milano, Zampolli o qualcosa del genere, che si è comprato una casa in golena, e ha mandato giù un’impresa di Bergamo per la ristrutturazione. Un anno di lavori, non so quanto abbia speso.

E poi ha continuato – Beh, sai la piena del Po di tre settimane fa? Non ha straripato per poco, ma ha generato fontanazzi a manetta, e un paio se li è trovati in casa il tizio! Un muro ha mezzo ceduto, e aveva l’acqua che sprizzava attraverso le piastrelle messe giù da due settimane! Il soggiorno era diventato una piscina, e gli si è anche fritto l’impianto elettrico. Un disastro… Ho visto il dottore ieri, aveva ancora i baffi che tremavano mentre raccontava la storia. Ci ha ingaggiato per sistemare il disastro… non dico che dobbiamo rifare tutto, ma quasi. A ogni modo, Sfiga tua, vita mea, no?

E da qui, la storia la riprendo io.

Non posso conoscere tutti i dettagli, ma tre cose erano chiare:

  • la “casa in golena” era chiaramente la nostra Luisona
  • il tizio coi baffi che comprensibilmente tremavano era Zilberti
  • un agente immobiliare molto abbronzato ha omesso di spiegare che le case costruite a inizio Novecento in territori di golena, soprattutto quelle “povere” spesso assegnate a mezzadri, non avevano vere e proprie fondamenta, e che sarebbe stato necessario consolidare il tutto con delle iniezioni di resina prima di anche solo iniziare a pensare alle piastrelle. E di isolare il più possibile il massetto dal terreno sottostante. E tutto questo perché? Per i suddetti fontanazzi, ecco perché!

E da qui, immaginate di leggere con la voce di Piero Angela.

I fontanazzi sono fenomeni idrogeologici naturali che si verificano nelle fasi di piena di un fiume nei terreni circostanti l’alveo. Hanno un nome abbastanza evocativo, quindi non sono difficili da immaginare, ma se avete difficoltà a visualizzarli pensateli come una versione povera dei geyser. Avete presente Yellowstone, l’orso Yogi, il sergente? Come quelli, ma meno esplosivi e meno bollenti per fortuna.

The Yogi Bear Show – 1961 – © Hanna & Barbera

Purtroppo nel 1930 qualcuno ha ben pensato di importare dal Sud America uno splendido animale da pelliccia che risponde al nome Myocastor coypus, detto anche castorino, detto anche nutria, animale abbastanza bullo e che da queste parti non ha predatori naturali, che passa gran parte della sua roditoria esistenza scavando tunnel a ridosso di corsi d’acqua. Come il Po, per esempio. Indebolendo gli argini e aumentando il rischio di fontanazzi. Proprio come quelli esplosi sotto la casa del Zilberti, per esempio.

Ma non era necessario essere geologi o zoologi per consigliare al dottore Milanese almeno una perizia tecnica, prima dell’acquisto. Viviamo e lavoriamo attaccati al Po, queste cose le sanno anche i sassi. E quindi si è trattato di omissioni calcolate per chiudere l’affare in fretta o di ignoranza? In entrambi i casi, niente che migliori l’immagine che si ha generalmente dell’agente immobiliare. A ogni modo la nostra Luisona trovato il suo principe azzurro e la settimana prossima i topini andranno a rattopparle il vestito. Appena a lui smetteranno di tremare i baffi, saranno pronti per il ballo.


[i] Stefano Benni (1947) è uno scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta e drammaturgo italiano. Ed è bravissimo.

[ii] Samuel Taylor Coleridge (1772 – 1834) è stato un poeta, critico letterario e filosofo britannico. È considerato tra i fondatori del Romanticismo inglese. La frase significa “Immobile come una nave dipinta, su un oceano dipinto.”


Se vuoi leggerti questo romanzo sul tuo eBook reader, lo trovi gratis su Amazon, con KindleUnlimited. E c’è anche la versione cartacea, se preferisci.