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La finestra sul cortile

venerdì 14 settembre 2012

Ennesimo appuntamento per affittare una vecchia casa di campagna, di quelle con stalla e fienile annessi, in una delle più remote frazioni della provincia. In realtà, è pure lontana dal centro di quella frazione. Centro più geometrico che altro, visto che anche l’unico bar/giornalaio/spaccio aperto nel primo dopoguerra aveva chiuso ormai da anni. Con la mia vecchia e gloriosa Alfa Romeo 147 Turbodiesel, temendo a ogni buca che mi si spezzasse il semiasse, oggi pomeriggio mi sono avventurato ancora una volta sulla carrettiera che porta alla vecchia casa.

Tutte le volte precedenti avevo fatto vedere la casa da solo, ma dopo l’ultimo fallimentare tentativo il proprietario aveva deciso che sarebbe stata buona cosa accompagnarmi, e quindi oggi mi aspettava sul cortile davanti alla casa. Scarsa fiducia, e un po’ lo capisco, ma affittare questa casa è un’impresa tosta, se ne sarebbe presto reso conto anche lui.

La pettinatura perfetta dei capelli radi e grigi, i mocassini, l’anello d’oro e i modi felpati del proprietario mi suggerivano che probabilmente in quella casa lui non ci aveva mai abitato, o che quantomeno non si era mai occupato di scaricare personalmente il letame dal carretto che adesso giaceva scassato di fianco la barchessa, o di dar da mangiare agli animali nella stalla.

Mentre ancora ci stavamo presentando sono arrivati i clienti, a bordo di una Citroen AX color sugolo vecchia di vent’anni almeno.
Sono scesi moglie e marito. Una chioma nerissima e lucida con riflessi bluastri da Moira Orfei torreggiava sulla testa di lei, mentre su quella di lui c’era un parrucchino di capelli ricci color rosso/arancio, ruotato di trenta gradi troppo a sinistra dell’asse ideale. Angolo a parte, le sopracciglia grigie non aiutavano a rendere l’acconciatura più credibile. Pochi secondi dopo, dai sedili posteriori della piccola utilitaria è riuscita a fatica a sbucare anche la figlia, una donnona sulla trentina di circa quindici centimetri più alta di mamma e papà. Il trio sembrava emanare uno strano odore, che si faceva sempre più penetrante man mano che mi avvicinavo, soprattutto alla ragazza. Un miasma che non mi era nuovo, ma che tuttavia non riuscivo a collegare a niente.

Dopo le presentazioni abbiamo iniziato a visitare la casa. Io me ne stavo zitto e lasciavo parlare il proprietario mentre ci conduceva tra le molte stanze descrivendole con dovizia di particolari.

Se ci fosse stato solo l’audio, sarebbe sembrata la visita alle stanze reali di un castello della Loira. Purtroppo però c’era anche il video, che assomigliava solo molto vagamente alle descrizioni dell’audioguida. Se la casa esternamente mostrava tutti i suoi anni, dentro le cose non miglioravano, anzi. I pavimenti in pietra erano deformati, i muri bianchi erano scrostati in parecchi punti, chiazze di umidità risalivano dai battiscopa (quando c’erano), gli infissi sembravano quasi tutti sul punto di cadere e l’odore di muffa si sentiva anche con le finestre aperte. Come dicevo, non esattamente una casa che si affitta da sola.

I clienti però seguivano il cicerone come anatroccoli dietro mamma anatra, guardandosi attorno e annuendo soddisfatti. Non dicevano una parola, ma gli sguardi erano ammirati, e mi chiedevo se lo facessero per cortesia o se davvero gli piaceva quello che stavano vedendo. Ma a ognuno il suo, no? Vuoi vedere che a sto giro ce la si fa?

Dopo aver visitato tutto il piano terra, siamo arrivati al primo. Il cicerone ci ha portati davanti a una finestra aperta che dava sul cortile davanti casa, e qui la storia ha preso una piega stramba. Questo è quello che ricordo del dialogo.

– Allora, che ne pensate, vi piace la casa?

Romina, la moglie – Oh sì, credo possa essere perfetta per noi, sei d’accordo anche tu Luigi?

Luigi, girandosi il parrucchino nella direzione giusta anche se purtroppo solo di cinque gradi – Sì, penso proprio di sì, cara!

Cristiana, la figlia, si è fatta avanti timidamente – Ma io, li posso lasciare liberi i miei conigli?

– Avete dei conigli? – ha chiesto il proprietario.

– Non ancora… – ha risposto la figlia con fare misterioso e guardandolo di sbieco, del tipo “Ma tu che ti impicci?”

– Sa, quando la nostra Cristiana era una bimba – si è inserito il papà – avevamo quattro o cinque conigli, belli come il sole. Ci giocava sempre. Poi pensi, nel giro di poche settimane li abbiamo dovuti uccidere tutti perché erano diventati cattivi. Ti saltavano addosso e ti mordevano, mai vista una roba così, impazziti! Però ci è rimasto un bel ricordo, quello è l’importante.

Poi ha aggiunto: – Senta, conigli a parte voglio assicurarle una cosa: noi siamo un buon partito. Siamo in pensione. Postini in pensione, per essere precisi, tutti e due.

La moglie non era d’accordo e l’ha corretto – Io lavoravo in ufficio, non ero mica una postina. Tu sì che facevi il postino, sempre in giro con quella vespa. Metà mattina a consegnare lettere, l’altra metà al bar.

– Sì cara, hai ragione tu, il bar. Comunque dicevo, paghiamo sempre puntualmente gli affitti. Dall’altra casa stiamo venendo via solo perché mia figlia è scomoda per andare al lavoro in motorino, visto che non ha la patente, e vogliamo avvicinarci un po’. Sa, lavora a ███████████████, in un allevamento di visoni.
(Comunque ███████████████ è a quaranta chilometri da qui: non so dove abitassero prima ma avevano una idea quantomeno personale del concetto di “avvicinamento”. Ma quanta cazzo di strada doveva farsi questa povera ragazza ogni giorno in scooter? Adesso comunque mi era chiara l’origine di quell’odore pungente. Secoli fa avevo un amico che lavorava in un allevamento di visoni, ecco perché l’odore non mi era nuovo.)

– Capisco molto bene – ha risposto sorridendo il proprietario – cosa non si fa per i figli? A ogni modo, visto che ci stiamo conoscendo meglio, vi voglio raccontare una storia: lo vedete il tavolino antico, sotto la finestra? Ebbene, mia suocera è morta proprio lì, aggrappata a quel piccolo tavolo, mentre guardava fuori. Infarto. Se guardate bene, si vedono ancora i segni delle unghie. L’hanno dovuta staccare a forza, poveretta.

Si sono avvicinati tutti e tre al tavolo per guardare meglio, annuendo in silenzio con le stesse identiche facce da museo di prima.

– Eh già – ha continuato – Così è la vita… Così è la vita… a ogni modo, guardate il panorama, non è favoloso? A pensarci bene, non è stata fortunata? È morta guardando qualcosa di bello, che le dava pace. Ah, se il tavolino vi fa comodo ve lo posso lasciare a poco, visto che è un po’ rovinato.

Negli ultimi cinque minuti della visita mi sono sentito come dentro un film di Lynch[i] o dei Monty Python[ii]. E non ho idea se questa trattativa andrà in porto o meno, sono tutti così fusi che potrebbe anche essere, ma confesso che dopo una performance come questa io sarei anche a posto così.


[i] David Lynch (1946) è un regista americano, padre di opere dove umorismo nero e senso del “disturbante” fanno da padrone. Un genio. Tra le sue opere Eraserhead, The Elephant Man, Twin Peaks, Strade Perdute, Mulholland Drive, Inland Empire.

[ii] I Monty Python sono stati un gruppo comico britannico, attivo dal 1969 al 1983 e costituito da Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin. Surreali, geniali, colti e molto, molto divertenti.


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