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Shakespeare all’indiana

mercoledì 7 gennaio 2015

Questa è la storia di due fratelli indiani, arrivati in Italia una decina di anni fa.

Il più vecchio si chiama Shashwat, ha quarant’anni e ha un animo buono, un senso dell’umorismo gentile e un sorriso solare che si porta sempre appresso, anche quando le cose non vanno per niente come dovrebbero.

L’altro, Kanak, è più giovane di qualche anno, e riassumendo possiamo dire che è uno stronzo.

Qualche anno fa avevano deciso di fare un grosso passo assieme: usare i soldi guadagnati lavorando in campagna e in officina per comprare un bar. I risparmi non bastavano ovviamente, ma erano sufficienti per chiedere un prestito alla banca. Le rate sarebbero state pesanti, ma assieme avrebbero saputo farvi fronte.

Già dopo qualche mese di attività si erano resi conto che il fatto di essere indiani, maschi e non esattamente dei fotomodelli poteva rappresentare un problema: il bar era carino, i caffè erano ottimi, ma di clienti quasi neanche l’ombra. Hanno pensato quindi che sarebbe stata una buona idea quella di tornare ai loro vecchi lavori e affittare l’attività: con due stipendi e l’affitto del bar sarebbero stati in grado di pagare il mutuo senza problemi. Shashwat ha quindi ripreso a lavorare in officina, mentre Kanak dopo lo slancio iniziale, deve aver pensato che non gli andava più di lavorare in campagna. Anzi, sembrava che non gli andasse più di lavorare, in generale.

Quindi mentre il primo faceva i doppi turni per riuscire a mantenere la famiglia, pagare l’affitto di casa e la sua parte delle rate alla banca, l’altro sostanzialmente bighellonava, intascava la sua parte di affitto del bar, ma sul conto dove aveva il mutuo assieme al fratello non versava un centesimo. Anzi, ogni tanto prelevava piccole somme.

Shashwat non si lamentava, sperava solo che il fratello trovasse presto un lavoro visto che di fatto al momento il mutuo era tutto sulle sue spalle. E chiudeva anche un occhio su quei bancomat, sempre giustificandoli col fatto che Kanak era disoccupato, e che pure lui aveva un affitto e una moglie.

Ma stava rischiando molto, e lo sapeva. Eppure gli ci è voluto qualche mese per convincersi a parlare seriamente col fratello, e l’ha fatto a più riprese rimediando, a seconda dell’umore di Kanak, spallucce, minacce rancorose o puri e semplici silenzi.

Shashwat iniziava a pensare che il fratellino dovesse trovarsi in qualche grosso guaio. Debiti con strozzini, droga… o forse gioco d’azzardo, visto che si diceva bazzicasse una delle sale slot spuntate come funghi, con sorprendente tempismo, all’inizio della recessione. O forse, si chiedeva ancora, era colpa della moglie, che ha sempre odiato cognata e nuora e che aveva un debole per gioielli e vestiti costosi? Era lei che manipolava il fratello? Shashwat non sapeva che pesci prendere: Kanak era nei casini, era un debole manipolato o era semplicemente un figlio di puttana?

Per quasi un anno Shashwat è rimasto in bilico tra la speranza che il fratello rimettesse la testa a posto e la rassegnazione. Ormai non lo vedeva neppure più, non rispondeva neanche al telefono. L’unica testimonianza del fatto che fosse ancora vivo era il fatto che dal conto condiviso ogni tanto sparivano dei soldi.

Poi, un giorno, il titolare di Shashwat l’ha chiamato in ufficio per dirgli che la settimana successiva l’ufficiale giudiziario avrebbe messo i lucchetti al cancello: erano falliti. E senza perdere tempo Shashwat si è immediatamente messo alla ricerca di un nuovo lavoro, ma a questo giro sembrava molto più difficile del solito, anche per uno come lui, volenteroo a livelli patologici e disponibile a fare qualsiasi tipo di impiego pur di poter provvedere alla famiglia e al mutuo.

Continuava a venirci a trovare in ufficio di tanto in tanto, e sorrideva ancora mentre parlavamo del più e del meno bevendo un caffè seduti al tavolino del bar, ma era un sorriso diverso.

La situazione con la banca diventava sempre più complicata, e tutto il peso ricadeva su di lui. Il fratello era irrintracciabile, l’appartamento aveva le tapparelle abbassate da settimane e i vicini non lo vedevano da tempo. Aveva anche cambiato numero di telefono. L’ultimo prelievo che aveva fatto era di qualche migliaio di euro, e aveva bruciato in un attimo tutti i risparmi del fratello maggiore. Le telefonate del direttore della filiale si erano fatte ogni settimana più insistenti.

Poi una buona notizia: dopo sei mesi di vuoto assoluto, Shashwat è riuscito a trovare un lavoro, anche se temporaneo, in un kebab d’asporto a una ventina di chilometri da casa. Era contento, sentiva che le cose potevano prendere una piega positiva.

Ma purtroppo si sbagliava, perché solo dopo pochi mesi la recessione ha colpito anche il suo bar. L’unico barista rimasto ha iniziato a pagare a l’affitto un mese sì e due no, nonostante la buona volontà e i turni di dodici ore.

Nel frattempo erano arrivate notizie di Kanak: era scappato in Canada. Viveva là già da qualche mese. Shashwat era venuto a saperlo solo perché il fratello l’ha chiamato per sapere dove erano finiti gli affitti del bar.

Lo stronzo era scappato nel cuore della notte assieme alla moglie e due valigie, lasciando l’appartamento come se avessero dovuto ritornare la sera successiva. E parecchi affitti e bollette non pagate.

Mentre ci raccontava questa storia, sprofondato nei divanetti dell’ufficio, aveva uno sguardo spento, e la pelle quasi grigia per colpa delle notti insonni. Si sforzava di sorridere, e faceva davvero male vederlo in quello stato.

Teneva ancora duro, lavorava più che poteva, ma il pantano nel quale suo fratello l’aveva messo era troppo denso e lo stava trascinando giù.

Per quel bar, il seme di una pianta che avrebbe dato frutti alla sua famiglia quando lui sarebbe stato anziano, ha sputato sangue per tre anni.

Ma come in una tragedia Shakespeariana[i] in miniatura, è stato prima tradito dal fratello, e poi messo definitivamente al tappeto da eventi sui quali non poteva avere controllo.

È riuscito a vendere tutto poco prima dello scorso dicembre, e ha comprato un biglietto di sola andata per l’Inghilterra. Farà il tassista non molto lontano da Londra, con la speranza questa volta di riuscire a vedere un seme trasformarsi in una piccola pianta.

L’ultima volta che l’abbiamo visto era tornato a sorridere come ai vecchi tempi.

Sipario.


[i] William Shakespeare (1564 – 1616) è stato un drammaturgo e poeta inglese, considerato il più importante scrittore inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale. Anche questa forse era superflua come nota.


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