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Raid

martedì 7 ottobre 2014

L’ho detto che Limoncino mi sta sul cazzo, no? Eppure, bravo è bravo. E anche quello l’ho già detto. Solo che è tanto bravo che un giorno mi sono detto: perché non affidargli uno dei casi più complicati?

Il “caso complicato” era un enorme condominio in cemento armato che si affacciava su una campagna che si estendeva a perdita d’occhio, oltre la provinciale.

Il piano terra era adibito a negozi e uffici: una pizzeria cinese, due negozi d’abbigliamento, un caldaista, un discount e un autonoleggio. Non era via Montenapoleone, ma tutto sommato questa parte funzionava.

Il problema stava ai piani superiori, una teoria di appartamenti finiti all’asta negli anni Novanta e acquistati da personaggi dubbi e affittati a gente con una spiccata inclinazione ad attività non esattamente legali.

Progettato negli anni Ottanta secondo uno stile architettonico che si rifaceva vagamente alle utopie sociali e abitative del decennio precedente, aveva questa strana struttura tipo torta millefoglie, con i negozi in basso, un parcheggio coperto al primo piano, gli appartamenti al secondo e al terzo, e un enorme terrazzo comune all’ultimo.

Non era esattamente un gioiellino: le vibrazioni delle auto in manovra sopra le teste dei negozianti e dei loro clienti, i pavimenti perennemente gelidi degli appartamenti al primo piano per colpa della corrente d’aria che attraversava il parcheggio, il terrazzo gigante che garantiva regolari infiltrazioni d’acqua che quando non colava negli appartamenti di sotto, ghiacciava e faceva letteralmente esplodere le mattonelle che lo coprivano… non c’è da stupirsi che la maggior parte delle abitazioni fosse finita nei fascicoli degli ufficiali giudiziari.

La maggior parte, perché alcune famiglie che avevano comprato casa lì prima del crack dei costruttori c’erano. Purtroppo una volta partita la prima crepa finanziaria la discesa di questo parallelepipedo grigio negli inferi immobiliari fu inarrestabile, e anche rapida.

Tolta qualche eccezione, il condominio si riempì di gentaglia in malaffare, e quelle famiglie divennero presto ostaggio dei loro stessi appartamenti, timorose di uscire perfino sul loro pianerottolo dopo una certa ora, o di incrociare lo sguardo di un vicino sul balcone.

Squatters, droga, prostituzione, urla nel cuore della notte, sgommate nel parcheggio, spazzatura bruciata vicino agli ascensori inagibili dal 1987. Però va detto, pochi spari. Non eravamo a Scampia, ma anche noi avevamo le nostre Vele, insomma.

E qualche settimana fa è entrata in ufficio una coppia sulla cinquantina, proprietaria di un appartamento al secondo piano di questa meraviglia.

Negli anni avevano a più riprese provato a vendere casa per trasferirsi in una zona più tranquilla, senza successo. Prima con annunci sul quotidiano locale, poi affidandosi ad amici e conoscenti, e infine alle agenzie immobiliari della zona. Scoraggiati, avevano accantonato l’idea già da un po’. Il loro appartamento sembrava invendibile.

Poi, un bel dì, come nelle favole, avevano trovato nella cassetta delle lettere il volantino pubblicitario della nostra “nuova apertura”, quello che la signora stava stringendo con eccessiva energia nella mano destra.

“Riproviamoci!” dovevano essersi detti, e sono venuti in agenzia a trovarci, pieni di speranza.

Ho ascoltato tutto il loro racconto, ammirando la perizia con la quale evitavano qualsivoglia accenno al contorno degradato e pure pericoloso, alle magagne strutturali e amministrative e tutto quanto. Brutto a dirsi, ma avrei fatto lo stesso, poveri cristi.

Non me la sono sentita di dirgli che quell’appartamento, anche senza esserci stato, lo conoscevo come le mie tasche. Era già nel nostro archivio da quando avevamo ancora l’altro nome, e Alessandro era anche riuscito a farci qualche visita anni fa, quando la situazione era già brutta ma non pessima come oggi. Semplicemente conoscevano lui, e non me.

Avevamo già foto, planimetrie e tutto quello che serviva, ma ho detto alla coppia che avremmo fatto un sopralluogo nei prossimi giorni.

La novità interessante era che avevano deciso di abbassare il prezzo, di nuovo. Dimezzarlo, in realtà. Se questa può sembrare una mossa disperata, lo è. Forse per quella cifra avremmo trovato qualcuno, mi dicevo. Ma mi dicevo anche che questo poteva essere un lavoro giusto giusto per Limoncino.

Che era rientrato in ufficio nel pomeriggio, occhiali da sole a goccia, camicia attillata e jeans col risvoltino d’ordinanza.

– Ciao coso (no, non l’ho mai chiamato così ma oh quanto avrei voluto), siediti che abbiamo beccato un nuovo immobile, con un prezzo pazzesco. Ti aspettano domattina per andare a fare le foto, per la luce sai.

Poi sono stato costretto a entrare un po’ più nel dettaglio. Non sembrava molto entusiasta, strano. Infatti ha immediatamente provato a rilanciare la palla verso me dicendo che in fondo Alessandro e io conoscevamo meglio l’appartamento, e che forse sarebbe stato meglio avessimo continuato a gestirlo noi.

Ma ero pronto, e gli ho risposto che proprio perché lo conoscevamo già e non avevamo cavato ragni dal buco, era importante provarci con un altro angolo d’attacco, capisci? Occhi nuovi e un modo di fare diverso ci avrebbero dato più possibilità.

E alla fine ha accettato. Forse come sfida contro sé stesso, e soprattutto contro di noi. Anche Limoncino come noi non vendeva tantissimo ultimamente, quindi ogni occasione per dimostrare quanto fosse più “cavallo da corsa” di quanto avremmo mai potuto essere io e Alessandro era da prendere al volo. Anche questa, nonostante puzzasse di piscio in ogni senso lontano un chilometro.

E devo ammettere che ci si è buttato con tutte le energie, alternando visite ad appartamenti di lusso e villette a schiera con classi energetiche da sogno coi clienti di serie A, a incursioni in quel girone dantesco di cemento armato assieme ai clienti di serie C, percorrendo a passo ostentatamente sciolto corridoi al neon con moquette strappata e porte coi numeri divelti, per arrivare a quell’unico ingresso con zerbino e ficus.

I “clienti di serie C” erano di solito single o giovani coppie con lavori saltuari, un reddito tra il basso e l’inesistente, e consci di avere possibilità di scelta limitate.

Che volendo ironizzare, sembrava anche un po’ l’identikit di me stesso.

Durante quelle visite non era raro incrociare uno spacciatore nascosto nel buio di un vano scala, o ragazze vestite con tubini di strass alle tre del pomeriggio, o energumeni rasati e silenziosi appoggiati agli stipiti di quella o quell’altra porta.

Ho perso il conto di quanti appuntamenti a vuoto abbia fatto Limoncino, ma sono stati parecchi. E i commenti a caldo dei clienti appena usciti dall’appartamento erano tutti variazioni su questo tema: l’appartamento tutto sommato è bello, i proprietari sono adorabili, ma questo posto… mette i brividi! È davvero sicuro? E la polizia, non fa niente?

E poi sparivano, naturalmente.

Ma un giorno Limoncino è riuscito ad agganciare il pesce giusto. Un pesce venuto direttamente dal profondo entroterra padano, attirato da un raro annuncio che avevamo deciso di pubblicare su un foglietto che promuoveva nell’ordine: una sagra locale, un concessionario di trattori e una riserva di pesca specializzata in pesci gatto.

Erano una coppia meravigliosa, lei sarà stata alta un metro e ottanta abbondanti per un centinaio di chili, lui più basso di lei di una quindicina di centimetri, ma in compenso più largo di lei di almeno trenta. Messi l’una di fianco all’altro sembrava di leggere un Io gigante da due quintali.

Dall’altro lato del ring invece c’era Limoncino, alto 1.55 e pesante sessanta chili a stomaco pieno, vestito e bagnato, per cui ci siamo raccomandati che salisse le scale prima di loro. Se anche solo uno dei due piccioncini gli fosse caduto addosso inciampando sugli scalini sconnessi, ci avrebbe di sicuro lasciato la pelle. Meglio avere la gravità dalla propria parte.

Ma, dicevamo, forse questa volta Limoncino ce l’aveva fatta. I due non sembravano infastiditi dal contorno pittoresco, anzi non parevano manco averlo notato, complici due visite in cui né prostitute né pusher si erano palesati. E si erano innamorati dell’appartamento. E del prezzo.

La terza visita doveva essere quella decisiva, quella della firma sulla proposta d’acquisto e dell’assegno di caparra. I proprietari non stavano nella pelle.

Quel mercoledì Limoncino ha preso la sua valigetta, inforcato i Ray-ban ed è andato all’appuntamento fissato per le dieci.

Bene, è fatta ci siamo detti io e mio cugino. Bravo Limoncino! E abbiamo deciso di uscire a brindare in anticipo con uno spritz col Campari ai tavolini fuori del baretto.

E mentre assaporavamo la rossa bevanda, dall’altra parte delle lenti dei nostri occhiali da sole abbiamo visto sfilare sulla statale una interminabile fila di camionette della polizia, coi lampeggianti accesi.

– Che cazzo è successo?

– Che ne so io?

Esce anche il barista: – Urca, hanno trovato Provenzano?

Stavamo ancora facendo congetture sgranocchiando patatine e finendo il nostro spritz, quando abbiamo visto Limoncino arrivare. Con le spalle curve e la faccia scura.

– Beh?

– Non dite niente. Non-dite-un-cazzo! C’è stata una retata. Nel palazzo sono entrati dei poliziotti in assetto da “siamo qui per spaccare teste e culi” e hanno fatto uscire tutti dagli appartamenti. Tutti, anche noi. Avranno caricato almeno venti persone sui cellulari…

– Merda! Ma e quindi? Dove sono i clienti adesso? Vengono qui per discutere…? – ha tentato Alessandro.

– Ma che discutere e discutere, se ne sono andati. Anzi, hanno preso la proposta già mezza compilata che era rimasta sul tavolo, l’hanno strappata, hanno salutato e poi sono scappati! Porca puttana porca puttana porca…

– Che culo, sono anni che il sindaco chiede un intervento della polizia, e quelli decidono che il giorno giusto è oggi con te e i clienti là dentro. Dai, almeno non hanno caricato anche te sulle camionette. – Cercavo di sdrammatizzare, ma non funzionava.

Limoncino stava in piedi, sguardo fisso sulla statale, perso nei suoi pensieri.

– Dai coso, oggi è andata così, siediti con noi che tanto la mattinata è andata affanculo. – Chiamo il barista e chiedo tre Spritz.

– Grazie…

E attenzione, non è che da quel giorno abbia iniziato a starmi meno sui coglioni eh. Però in quel momento ho provato forte empatia con lui, forse perché di colpi andati a vuoto e sfighe varie ne avevo raccolto un vasto campionario anche io.

Quel giorno ho scoperto che si può empatizzare anche con delle teste di cazzo.


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