lunedì 25 marzo 2013
Un giorno di qualche decina di anni fa, a scuola ci diedero come compito per casa quello di scrivere un tema sulla mafia. Avevamo una settimana di tempo per prepararlo. Che ne sapevo io di mafia a dodici anni? Niente, quindi mi documentai andando a pescare vecchi quotidiani, chiedendo ai miei genitori e prestando un po’ più di attenzione al TG1.
E mi fa strano scrivere ancora di quest’argomento venticinque anni dopo, senza che ci sia una professoressa di Italiano che mi punti una pistola alla tempia (pun intended) per obbligarmi a farlo.
Mi fa strano, ma c’è un motivo. Cominciamo questo nuovo tema ribadendo un’ovvietà, ovvero che mafia e edilizia vanno a braccetto da tempo immemore, e che sarebbe molto ipocrita, ingenuo e anche demodé pensare che da queste parti, nell’industrioso nord, tutto sia sempre limpido e chiaro come un laghetto di montagna.
Quella di oggi non è la mafia degli anni Settanta, e nemmeno quella bombarola degli anni Novanta. Viaggia più sottotraccia, riesce a convincere senza per forza usare le armi, e si mescola al tessuto economico così tanto che alla fine non la vedi più. A volte, verrebbe da dire, fa fatica a vederla anche chi che le dà la caccia di mestiere. E quindi spesso questa neo-mafia la si intuisce solo, la si fiuta, e diventa oggetto di leggende urbane locali.
C’è un ristorante storico in provincia, per esempio, che si dice ricicli denaro sporco da anni. E che gli immensi fuoristrada che il proprietario cambia svariate volte l’anno non siano compatibili col giro d’affari stimato. Sarà vero, o semplicemente è uno che sa fare bene il mestiere di ristoratore?
E poi ci sono diverse storie di ragazzetti ventenni arrivati dal sud con una Panda scassata che in pochi anni riescono a comprarsi intere lottizzazioni e costruirci sopra villette e condomini. Oppure si narra di gare d’appalto alle quali si presenta sempre e solo un’impresa, che per forza poi le vince tutte. O ancora storie di molotov lanciate nei giardini di questo o quell’imprenditore che forse si stava mettendo di traverso rispetto a certi piani.
Vero. Leggende urbane, forse. Ma possono esserlo tutte?
Ecco, diciamo che lavorare nel settore immobiliare ti espone giocoforza a contatti con personaggi che non ti stupiresti di vedere, un giorno o l’altro, in prima pagina in un articolo di nera.
Tranne che non succede mai, o quasi.
Di conseguenza tu continui a frequentare i loro uffici, parlare con le loro segretarie, visitare i loro cantieri e anche a parlare direttamente con loro, con una parte di te tranquilla (è “business as usual”, no?) e l’altra che pensa a Giovanni Brusca.
Ti senti anche abbastanza scemo, vittima delle tue stesse suggestioni, visto che gli ultimi arresti di costruttori affiliati alla ‘ndrangheta risalgono agli anni Ottanta, e che di personaggi poco chiari ce ne sono a bizzeffe senza prendersi la briga di scomodare la mafia.
Perché il mondo degli immobiliaristi è popolato, oltre che da imprenditori seri e incensurati, anche da una folta schiera di personaggi più o meno pirateschi che si lanciano spesso in imprese al limite del legale, ma pur sempre legali. Tipo manovre contorte legate ad aste giudiziarie, subappalti a catena, permute molto fantasiose o mosse finanziarie spericolate, tutta roba che richiede incoscienza e parecchio pelo sullo stomaco.
Sono personaggi ambigui, ma non pericolosi nel senso malavitoso del termine. Sono dei Patrick de Gayardon[i] del calcestruzzo, che sfrecciano veloci tra canyon di ingiunzioni di pagamento, inagibilità assortite, e geometri comunali inaspettatamente solerti, rimandando lo SPLAT fatale al prossimo giro di giostra, o a quello dopo, o quello dopo ancora. E al peggio finisce che ti rifilano una casa con problemi di umidità o con una camera da letto accatastata come garage, o che falliscano prima ancora di averti venduto la casa. Ma è vero che a un primo acchito è possibile confonderli con soggetti molto meno innocui. Bisogna farci l’occhio.
E io, quel giorno di autunno inoltrato, nel suo ufficio modernissimo tutto in vetro e tralicci metallici, non avevo ancora né occhio né abbastanza esperienza per capire se il sig. █████████ fosse un pirata o un uomo d’onore, ma ero sul punto di vendere una delle sue villette a schiera e mi toccava ballare la sua danza.
Era sempre invischiato in qualche faccenda di aste giudiziarie per condomini fatiscenti, ma la villetta che stavo per vendere era nuova di pacca e costruita come iddio comanda. Era sempre vestito in modo impeccabile, ma gli mancavano due denti e si vedeva benissimo. Il suo studio era in uno dei palazzi più in della provincia e aveva due segretarie, ma guidava una vecchia Croma che sembrava sul punto di spezzarsi in due a ogni curva. Chi, e COSA era veramente? Nessuno lo sapeva con certezza.
Il giorno del rogito, come due sposini in comune di fronte al sindaco, io e il sig. █████████ eravamo seduti davanti al notaio per leggere l’atto prima di mostrarlo ai clienti che aspettavano in silenzio un angolo.
Io ero tesissimo, perché di fianco a me c’era uno che poteva benissimo essere tanto uno dei tanti pirati in giro quanto un camorrista, e i miei sensi di ragno, forse per lo stress, iniziavano a pendere più per la seconda ipotesi. Colpa di tutte quelle voci su di lui, quei capelli tirati indietro con la brillantina, l’espressione seria, anzi glaciale, i gemelli ai polsi, la biro dorata che faceva ticchettare a intervalli lenti e regolari sulla scrivania, che ne so.
L’ufficio era buio, dalle grandi finestre filtrava poca luce che disegnava lame gialline nel pulviscolo sopra la scrivania in mogano e sopra le nostre teste. Era novembre ma sudavo, e il tempo sembrava dilatarsi all’infinito come un filo di miele che cola dal cucchiaino.
Ho provato a pensare (relativamente) positivo: a pensarci bene, fosse stato anche il più pericoloso esponente della più sanguinaria tra le famiglie, cosa avrebbe mai potuto fare DA UN NOTAIO? Ficcarmi la biro nell’occhio perché ho sbagliato i riferimenti di un mappale?
Il fatto è che non ero teso per quello che avrebbe potuto succedere, ma per tutto quello che uno come lui rappresentava, la propaggine laccata di un mondo dove sciogliere bambini nell’acido e far saltare in aria magistrati era ordinaria amministrazione o quasi.
Il potere della suggestione è enorme, ma a volte fuorviante. Mi sono reso conto di aver sudato freddo per niente, quando ad atto finito quel signore che avevo scambiato per un mafioso si è infine lasciato andare ad un giovialissimo sorriso, e a sorpresa ha tirato fuori una bottiglia di ottimo vino come regalo per la giovane coppia che aveva comprato la villetta. È stupido, ma quel semplice gesto mi ha fatto capire che ero semplicemente vittima delle mie stesse paranoie. I miei nervi si erano finalmente sciolti, e mi sono dato silenziosamente del coglione scuotendo la testa per qualche minuto.
Immaginate quindi la mia sorpresa quando due mesi dopo, gettando un occhio alla prima pagina del quotidiano locale, sotto il titolo a caratteri cubitali che recitava “Mafia: arrestato!”, ho visto la foto di un tizio che sorrideva. Facciamo un gioco, secondo voi quanti denti mancavano all’appello?
[i] Patrick de Gayardon (1960 – 1998) è stato un paracadutista francese, tra i massimi rappresentanti di “paracadutismo acrobatico”. È morto paracadutando con una tuta alare alle Hawaii.
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