martedì 23 aprile 2012
È un periodo di merda per l’economia. È dura per chi vuole comprare o vendere casa, ma sono pizze in faccia quotidiane anche per noi agenti.
Eppure c’è ancora qualcuno che compra senza problemi, senza fare domande, e soprattutto alla svelta, meno che raramente in contanti. Sono i Cinesi. Vero è che spesso si arrangiano, tendono a non affidarsi alle agenzie, basta che ci sia uno in famiglia con un minimo di dimestichezza con l’italiano.
E infatti l’unico cinese sfigato che aveva bisogno dell’agenzia, l’avevo trovato io, qualche mese fa. Si chiamava Franco (che sarebbe stato Fang), aveva un’età indefinita tra i trenta e quarant’anni, parlava un po’ italiano con un accento vagamente de Roma, non aveva una lira, non sono mai riuscito a capire in che bar lavorasse e cercava un piccolo appartamento in affitto, che costasse poco, “ma poco poco eh!” si raccomandava.
Entrava in ufficio a vedere se avevamo novità per lui almeno una volta alla settimana, con gli stessi pantaloni beige troppo lunghi, sandali malconci, la camicia sempre infilata solo per metà e una borsa di tela dal contenuto misterioso. Sembrava una versione più stracciona del Tenente Colombo, con gli occhi a mandorla.
Il fatto è che sto Fang mi stava simpatico. Non si sedeva mai, ciondolava davanti a me sorridendo in attesa di una buona notizia, e continuava a sorridere anche quando la buona notizia non c’era, ovvero quasi sempre.
In effetti, a prima e anche a seconda vista non era un buon partito. Niente busta paga, straniero, non esattamente “di bella presenza”… a me ispirava fiducia, ma capirete che non era facile convincere qualcuno a dar credito al mio sesto senso. Il timore che si mettesse a cucire palloni o saldare microchip nel garage di casa, assieme ad altri dieci cloni nati per partenogenesi come Mogwai[i] dal nostro Fang-Gizmo[ii] dopo una doccia, era grande.
Un giorno però, senza aspettare che venisse per conto suo, l’ho chiamato io: forse avevo trovato l’appartamento che faceva per lui, con un proprietario ultraottantenne che aveva già avuto inquilini cinesi in passato, e si era trovato beeeeeenissimo, diceva. L’appartamento era vuoto da un po’, e lui aveva urgente bisogno di rimpinguare una pensione non proprio sontuosa.
Mi ha raggiunto nel giro di mezz’ora, sempre con quella borsa di tela. Non gli ho mai chiesto cosa ci tenesse dentro.
Siamo saliti in auto e ci siamo diretti verso l’appartamento. Lungo la strada siamo passati di fianco a una casa con un grande cartello “Vendesi” legato alla recinzione. Non era un cartello dei nostri.
Ho notato che lo osservava con attenzione. Poi a un tratto si è girato verso di me. – Signol – no scherzavo – Signor Giovanni, è casa grande quella?
– Sì Franco, è molto grande. E anche molto costosa, a naso!
– Mi interessa.
– Non ho capito, in che senso ti interessa?
– Voglio vedé queeeela casa.
– Hai visto il cartello? Non siamo noi a gestirla…
– Sì ma tu puoi fare lo stesso. Quelli con cartello verde so’ stronzi. Voglio andare co’ te.
– Franco, ma se non hai quasi i soldi per pagare un affitto… come faccio a portarti a vedere una villa, da comprare?
Al che ha iniziato a sorridere e a ciondolare sul sedile
– Ahh tu Giovanni non capisce tanto, per affitto soldi so’ di Franco, sempre, ma per comprare, soldi arrivano da Cina.
Eh no, Giovanni non capisce tanto ma adesso iniziava a capire un po’.
Siamo arrivati all’appartamento, il signore ottantenne era già l’ davanti che ci aspettava. Fang e il proprietario sembravano andare d’accordo, che di solito è un buon segno. Eppure avevo l’impressione che questo contratto non si sarebbe fatto: c’era qualcosa di più interessante che bolliva nella pentola del mio amico cinese, e non era un cane.
La villa che interessava a Fang era una grossa abitazione con capannone, con più di duemila metri quadrati di terreno, poche case attorno e vicina a una provinciale poco trafficata. Fossi stato un imprenditore cinese, credo che ci avrei fatto io stesso più di qualche sogno bagnato.
Giravano storie sul perché quella casa fosse in vendita: pareva che il proprietario da qualche anno avesse iniziato a mostrare sintomi di una malattia neurodegenerativa. Per camminare camminava, le rose nel giardino le innaffiava ancora, ma aveva quasi smesso di parlare e iniziato a comportarsi in modo sempre più eccentrico.
Dal canto suo la moglie, interpretando forse un po’ liberamente la parte che recitava “nella buona e cattiva sorte” del rito matrimoniale, alle prime avvisaglie della malattia aveva fatto le valige ed era scappata in Africa in compagnia di un bel ventenne di colore. Si diceva che vivesse perennemente in prendisole, Ray-Ban e cappello a larghe falde in una sorta di resort per scappati di casa sulle rive dell’Oceano Atlantico.
C’è chi dice che questo non abbia fatto che peggiorare la situazione neurologica del marito, altri sostengono che fosse già abbastanza fuori di melone da accorgersi relativamente della fuga della consorte.
Per sincerarsi che il padre non facesse saltare in aria sé stesso e la casa dimenticando il gas aperto in cucina, era tornata a vivere con lui la figlia. E anche la zia, sorella maggiore di lui, cercava di prendersi cura, quando possibile, di questo grosso bambinone baffuto da cento e passa chili.
Ma quella casa era troppo grande e costosa da mantenere, e il baffone avrebbe avuto bisogno di cure sempre maggiori negli anni a venire… l’unica cosa sensata da fare era venderla.
Chiedendo in giro sono riuscito a trovare il numero di telefono della figlia, e una volta verificato che non ci fossero esclusive con gli stronzi (l’ha detto Franco che sono stronzi, non io), ho chiamato appunto Fang/Franco per dargli la lieta novella: potevamo andare a visitare quella casa e parlare direttamente coi proprietari.
– Quando?
– Anche domani se vuoi
– Sì ma io viene con famiglia questa volta, va bene?
Manco sapevo che ce l’aveva la famiglia.
– Ma si certo che va bene. Ci troviamo in ufficio da me verso le tre di pomeriggio e poi partiamo, ok?
– Sì tutto bene, tre pomeriggio, cià! – e ha riagganciato.
Il giorno dopo si sono presentati Fang col suo solito, curatissimo look, assieme a un teenager che sembrava un incrocio tra un gangster della triade e Tony Hawk, e a una signora elegantissima, con coda di cavallo, tailleur blu, camicia bianca e scarpe con tacco basso ma non troppo.
– Signor Giovanni ciao ti presento questi, che so’ mio figlio e mia moglie.
Il ragazzo mi ha salutato solo con un cenno della testa e un sorriso a bocca chiusa, la moglie invece si è avvicinata per stringermi la mano con piglio da assicuratrice milanese. – Buongiorno sono la moglie di Fang, Sara, e lui è nostro figlio Pei, molto piacere di conoscerla.
Onestamente non sono mai riuscito a capire se fossero davvero una famiglia o solo un simulacro pro-empatia e facilitatore di business, costruito a tavolino da qualche funzionario a Pechino o da qualche affiliato alla mafia cinese. Tuttavia se le leggende su valigette piene di soldi e transazioni concluse in meno di mezz’ora erano vere, per il bene del mio conto in banca mi sarei fatto andare bene l’una o l’altra ipotesi… avrei fatto i conti con la coscienza un altro giorno.
Siamo saliti in auto e dopo una decina di minuti eravamo già davanti alla casa. La figlia ci stava aspettando, e ci ha fatto cenno di entrare con l’auto per parcheggiarla sul grande spiazzo di cemento di fronte al capannone.
Arguta: saputo che gli acquirenti erano cinesi, aveva deciso di farci cominciare la visita dal punto forte. Nella penombra oltre la grande entrata del fabbricato, si intravedevano due sagome.
– Mia zia. E mia mamma – ha aggiunto facendo una strana smorfia – Arrivata dalla Costa d’Avorio qualche giorno fa per sistemare delle questioni con la banca. Guarda caso doveva ripartire oggi, ma saputo della visita ha deciso di spostare il volo. Voleva stare vicina a papà, ha detto, in un momento così delicato…
Me l’ha detto guardandomi negli occhi, che sembravano appena lucidi.
Ho presentato il team cinese, e una volta finiti i convenevoli ho attaccato con la solita ballata dell’agente immobiliare: metri quadrati, accatastamenti, potenza dell’impianto elettrico, portata dell’autoclave, eccetera.
I cinesi sembravano interessati. Molto interessati. Avevano occhi solo per il capannone, la villa a fianco sembrava essere quasi un accessorio, e probabilmente dal loro punto di vista era esattamente così.
Se riesco a strappare una proposta firmata senza nemmeno fargli visitare la casa, prima mi ubriaco e poi mi prendo il resto della settimana di vacanza.
Mi ero perso per qualche secondo in questa specie di sogno ad occhi aperti, e non mi ero accorto che alle mie spalle qualcuno si era aggiunto al gruppo. E me ne sono reso conto solo perché il team cinese davanti a me aveva smesso di guardarsi attorno e aveva preso ad osservare fissamente un punto sopra la mia testa.
Mi sono girato, e ho visto questa specie di enorme Mario (Bros)[iii] in piedi dietro di me, tra sua sorella e sua figlia, silenzioso, baffuto e scuro in volto. Non indossava una salopette ma, partendo dall’alto, un berretto di cotone scuro, una maglia rossa, delle mutande a costine, calze corte di spugna e due Crocs gialle. Ci ha fatto un cenno con la mano come per dire continuate, continuate, fate come se io non fossi qui.
E mentre continuavo, notavo con la coda dell’occhio che lui aveva iniziato a passeggiare avanti e indietro, guardandosi attorno come farebbe un turista, e fischiettando silenziosamente una melodia che sentiva solo lui nella sua testa.
Quando ci siamo avvicinati al tavolo sul quale erano appoggiate le enormi planimetrie, mi sono reso conto che quel suo passeggiare era solo apparentemente casuale, in realtà si trattava una mossa di avvicinamento alla bella signora cinese in tailleur. E ha funzionato, perché attorno al tavolo adesso lui si trovava proprio di fianco a lei.
E mentre noi osservavamo la planimetria, lui, continuando a recitare la parte del disinteressato con le mani dietro la schiena, ha iniziato a dondolarsi sui piedi, punta-tacco-punta, guardando ora il soffitto, ora la planimetria, ora il decolleté della moglie di Franco/Fang. Ci sono voluti alcuni secondi perché la signora si accorgesse, sgranando gli occhi, della portentosa erezione in suo onore che il nostro Mario stava cullando negli slip a pochi centimetri da lei, facendole pure un bel sorrisone da sotto quei baffi da Magnum P.I., tutto soddisfatto.
Una frazione di secondo dopo sorella e figlia l’hanno preso sotto braccio e lo hanno riportato in casa, moglie al seguito, scusandosi per l’inconveniente, e dicendo che sarebbero tornate subito.
Fang e suo figlio sembravano non essersi accorti di niente, e mi osservavano con aria interrogativa. Io invece guardavo sua moglie Sara, che stava cercando di recuperare un po’ della sua compassata disinvoltura, anche se senza troppo successo. In vita mia gli unici cinesi con la faccia così rossa li avevo visti alle gare di sollevamento pesi alle olimpiadi.
Qualche minuto più tardi le tre donne sono ritornate chiedendo di nuovo scusa per l’inconveniente, e il resto della visita è proseguito senza ulteriori colpi di scena hot.
E anche se non sono riuscito a firmare nulla quel pomeriggio, abbiamo poi chiuso l’affare nel giro di tre giorni. Non male. Nessuna valigetta piena di soldi però, solo un banalissimo assegno circolare del Monte dei Paschi di Siena. Che comunque, sputaci su.
Tutto bene è quel che finisce bene: la figlia mi ha ringraziato con un assegno e un abbraccio, felice di poter tornare a Bologna, la mamma è ripartita per il continente nero, e Mario andrà a vivere in una casa di cura con un grande giardino dove potrà innaffiare le rose, se vorrà. E affascinare le infermiere con il suo baffo d’altri tempi. E sua sorella era contenta che a breve il suo fratellone sarebbe stato in buone mani. Io, con la mia fetta di malloppo sono riuscito a pagare l’anticipo per la cucina Ikea. Però da quel giorno non ho più visto Fang. E un po’ mi dispiace.
Appendice, novembre 2022
So che ancora oggi la casa è abitata da cinesi, e a giudicare dal traffico di furgoni il laboratorio a fianco funziona a pieno regime, qualsiasi cosa facciano lì dentro. Ma si dice che negli anni nessuno abbia mai visto teenager con skateboard o donne in tailleur entrare o uscire da quella casa. Puff, scomparsi tutti. In una nuvola di fumo a forma di Drago.
[i] Non il gruppo musicale, quelli del film Gremlins – Joe dante (1984). Che a pensarci bene venivano da un negozio di cianfrusaglie cinese.
[ii] Gizmo era un Mogwai, un animaletto puccioso protagonista del film Gremlins di cui sopra. Se bagnati i Mogrwai si moltiplicavano, e se mangiavano dopo mezzanotte si trasformavano in mostri dispettosi chiamati Gremlins.
[iii] Mario Bros. Dai, questo non potete non conoscerlo.
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