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Architectural Digest

sabato 12 settembre 2015

Non so quanti di voi sia capitato di sfogliare le pagine di A.D., iniziali di Architectural Digest, ovvero quella rivista che sembra nata con lo scopo di aprirci gli occhi su quanto miserabili siano le nostre case e i nostri conti bancari rispetto a una certa élite.

Se non l’avete mai letta posso dirvi, anche se non ho mai comprato un numero, che è un po’ l’equivalente architettonico di, che so, “Il mio yatch” o “Lamborghini oggi”.

E come faccio a saperlo se non ne ho mai comprato un numero? Beh, perché un sabato mattina sono finito dall’unico medico della provincia che invece delle solite cataste di Cronaca Vera e Settimane Enigmistiche sgualcite coi cruciverba già finiti da anni, nella sala d’aspetto teneva “Cavalli e cavalieri”, “Auto d’epoca” e appunto A.D.

E se da una parte ho iniziato a temere per la parcella che avrei pagato di lì a poco, dall’altra ho apprezzato la coerenza del luminare, e il suo rifiuto ad allinearsi a quel biechissimo populismo di facciata dei suoi colleghi.

E con questi pensieri in testa mi sono messo a sfogliare A.D.

L’equilibrio tra la bellezza degli scatti di interni assolutamente meravigliosi, e l’ostentazione intrinseca in quelle istantanee era delicatissimo. Un ghepardo in marmo in più e avrei probabilmente gettato la rivista fuori dalla finestra, un camino in meno e avrei pensato che mancava qualcosa.

Tutto sommato, a parte qualche eccesso da principe arabo sotto anfetamine, di solito c’era roba buona su A.D. Ostentata, ma buona.

E sì, non sarebbe stato male aver avuto una o due case di quel livello nel nostro catalogo. Un po’ perché con una vendita sola avremmo potuto andare in vacanza per tre mesi, e un po’ per controbilanciare i bilocali con la muffa perfino sul pavimento, catapecchie in aperta campagna, e gli onnipresenti, fatalmente identici, fino alla nausea, “trilocali con ampia e luminosa zona giorno”.

E qualche numero di A.D. dovevano averlo letto, anche se forse solo di sfuggita, pure i protagonisti di questa storia, due giovani ragazzi che avevano deciso di mettere in vendita la loro grande casa, che si trovava nel centro di un paesino sulle rive del Po, con l’idea trasferirsi da qualche parte vicino alla città.

– Guardi, noi abbiamo già fatto una valutazione per nostro conto, e saremmo attorno ai trecentomila euro, ci piacerebbe rimanere su quella cifra, capisce.

– Uhm, anche tenendo conto dei metri quadrati, considerata la zona mi sembra un po’ alta…

– Eh ma sa, abbiamo fatto parecchi lavori di ristrutturazione. Era praticamente un rudere quando l’abbiamo comprata… L’unica parte vagamente in ordine era la facciata. Deve vedere di persona come l’abbiamo sistemata, ogni stanza è stata rifatta praticamente da zero, un lavoro certosino.

– E la vedrò volentieri allora! Giovedì mattina verso le dieci può andarvi bene?”

– Si benissimo, ci vediamo giovedì allora!

E giovedì mattina, dopo aver bevuto un caffè alla cooperativa poco distante, mi sono presentato armato di macchina fotografica per il sopralluogo.

La casa era una tipica abitazione di inizio Novecento, o forse anche fine Ottocento, che dava direttamente sulla strada principale del paese. Il fornaio a trecento metri, la farmacia dall’altra parte della striscia d’asfalto, e un piccolo market alimentari poco più avanti. La posizione non era malaccio.

E la facciata era stata tinteggiata di un bel bianco che le toglieva più di qualche decina d’anni, soprattutto per contrasto con le case adiacenti, che l’ultima volta che qualcuno le aveva dato una mano di colore c’era probabilmente ancora Saragat presidente.

Ho suonato il campanello e mi sono subito venuti ad aprire i padroni di casa, lei con un pargoletto di un paio d’anni al massimo in braccio. Alle loro spalle un atrio d’ingresso molto poco illuminato.

Sulla sinistra dell’atrio c’era una grande scala a semichiocciola in cemento, vagamente hollywoodiana, che portava al primo piano. Chiaramente non ultimata, era priva della ringhiera di protezione e il fianco era ancora grezzo, con dei ferri che spuntavano qua e là. La cosa più pericolosa nella quale mi sia imbattuto in quattro anni di carriera. Se possiamo chiamarla carriera, ma questo è un altro discorso.

Ma questi hanno un bambino piccolo, come cazzo possono stare tranquilli con una scala messa così?

Quello che dico invece è – Bellissima scala, la state ultimando?

– Il progetto era quello – ha detto lei mettendo a terra il pargolo – ma ormai ci siamo abituati e, a dirla tutta, ha davvero senso finirla se poi vendiamo la casa?

Avrei potuto buttare giù una discreta lista di motivi a suffragio del fatto che questa fosse un’idea di merda, ma mi sono detto – aspetta, non vale la pena di iniziare con gli appunti negativi. Guardati attorno prima!  E quindi mi sono guardato attorno.

L’atrio era senza finestre, stretto e altissimo, arrivava fino al tetto con le travi a vista. I muri erano stati tinteggiati con un fittissimo spugnato verde scuro, il che non aiutava certo a rendere luminoso l’ambiente. Gli unici raggi di sole arrivavano da un microscopico lucernario sei metri sopra le nostre teste.

Con la coda dell’occhio ho visto il bimbo gattonare verso il sottoscala, dove c’era probabilmente qualche giocattolo che non potevo vedere, vista la penombra verdastra da foresta pluviale che regnava in quell’atrio.

Davanti a me, oltre la scala e parallela all’ingresso, c’era una porticina che mi sembrava davvero troppo bassa per essere a norma. E infatti lo era. Troppo bassa intendo. – Dove si va di là? – ho chiesto.

– Questa era la porta che dava sulla rimessa, che adesso è diventata la nostra cucina. È un po’ bassa ma abbiamo preferito tenere la porta originale dell’epoca, per non rovinare lo charme, mi capisce. – dice tutto sorridente.

Annuisco e sorrido anche io, mentre abbasso la testa per entrare in cucina e scattare qualche foto.

Poi mi hanno riportato nell’atrio esageratamente buio, e ho notato che mimetizzate nel muro spatolato, colorate pure loro, c’erano due porte.

– E di qui dove si va?

– Qui c’è la zona giorno, ci segua.

La zona giorno era grande e ben illuminata, coi muri sempre spugnatissimi ma questa volta con una delicata nuance di azzurro.

La luce che entrava dalle finestre permetteva di ammirare i dettagli dell’opera del tinteggiatore, che doveva saper utilizzare davvero malissimo gli strumenti a sua disposizione.

L’effetto di ripetizione delle trame era drammaticamente evidente, ma non con quella regolarità ortogonale tipica delle carte da parati. Queste erano ripetizioni che seguivano traiettorie vagamente curvilinee, enormi serpentoni spugnati su campo spugnato, simili a un fotoritocco venuto male usando il timbro clone di Photoshop, o a quegli stereogrammi puntinati che andavano di moda negli anni ‘90. Che capolavoro, pensavo tra me e me.

La zona giorno era composta di fatto da due stanze attigue, separate da un varco rettangolare e un po’ storto che una volta doveva contenere una porta. Non potevo non notare che i pavimenti erano diversi: quello dove mi trovavo io era in cotto d’epoca, consunto ma non male, dall’altra parte c’era qualcosa che sembrava un parquet chiarissimo.

La prima stanza era vuota, fatta eccezione per una cassapanca appoggiata al muro sulla sinistra, e una quantità incredibile di giochi per il pargolo sparsi sul pavimento. Ho fatto alcune foto, e poi mi sono spostato nella stanza successiva, quasi vuota anche quella tranne che per una vecchia sedia di legno in un angolo.

La luce della finestra si rifletteva sul finto parquet posato di fresco, e generava uno strano riflesso al centro della stanza. Senza dire nulla mi ci sono avvicinato. Coi piedi si poteva chiaramente percepire una pendenza: lì sotto c’era un buco, un bel buco anche. Un buco che nessuno aveva pensato di riempire prima di posare la copertura in “legno”, forse nella beata speranza che un parquet di gomma spesso due millimetri fosse sufficientemente rigido per fare da ‘ponte’.

Non ha funzionato, mi sa.

Mentre cercavo una buona inquadratura per le foto, mi sono accorto di un altro dettaglio che mi era sfuggito entrando nella stanza. Ai lati dell’apertura irregolare avevano piazzato due semi colonne di polistirolo in stile dorico, incollate al muro, neppure intonacate o stuccate.

Essendo il vano della (ex)porta irregolare e con un lato che pendeva un po’ verso destra, la colonna da quella parte era stata inclinata per seguirne il profilo. Niente timpano sopra a simulare, seppure sempre pacchianamente, almeno una funzione architettonica di qualche tipo.

L’effetto era comico, sembrava la materializzazione tridimensionale del disegno di un bambino di quattro anni al quale fosse stato chiesto di disegnare, senza righello e coi pastelli a cera, l’ingresso di un tempio.

La visita avrebbe potuto anche fermarsi qui, ma ho deciso stoicamente di proseguire il tour al piano di sopra, salendo le scale tenendomi il più possibile vicino al muro e lontano dal bordo a strapiombo sull’atrio.

Sopra c’erano due camere da letto, una normale e l’altra smisurata, separate da un bagno stretto e lungo tanto quanto il bizzarro corridoio sull’altro lato del muro, che non aveva funzione alcuna se non quella di alloggiare una finestra sulla parete in fondo, verso il retro della casa.

Mentre riflettevo su questa bizzarria architettonica, mi riflettevo anche nel vero senso della parola su un grande specchio attaccato sulla parete di fronte a me. Sopra lo specchio, a una decina di centimetri, era stato appeso un vecchio quadro con delle scene di caccia, così in alto da sfiorare il soffitto.

E poi ho capito cos’avevano fatto questi pazzi: l’atrio arrivava fino al soffitto perché avevano abbattuto una fetta di solaio, eliminando in un colpo solo una stanza e la soffitta sovrastante.

Il corridoio al piano di sopra una volta doveva attraversare tutta la casa, e dava l’accesso a quattro stanze originali.

Poi loro hanno fuso le due stanze a destra per creare una camera da letto tanto grande che nemmeno a Versailles, e nel pezzo di corridoio che rimaneva avevano murato una porta che dava sulla camera di sinistra. Il motivo? Impossibile a dirsi, forse semplicemente non gli piaceva una porta lì, e l’hanno spostata.

Cristo, neanche io coi Lego all’asilo osavo tanto.

– Non sta facendo molte foto o mi sbaglio? – mi ha chiesto a bruciapelo la moglie.

– Sì, ha ragione, è che volevo farvi qualche domanda prima. Avete fatto parecchi lavori di ristrutturazione qui, anche pesanti.

– Certo, è quello che le avevo detto in ufficio qualche giorno fa. Per questo non possiamo di certo venderla alle cifre che si sentono qui attorno…

– Probabilmente non serviranno, ma avete un elenco delle spese sostenute?

– Guardi vorrei tanto, ma vede ci siamo appoggiati a un’impresa di ragazzi brasiliani… le fatture non erano il loro forte. Che rimanga tra noi, anche a noi andava bene eh, almeno fino a quando…

A quel punto è intervenuto il marito.

– Fino a quando non abbiamo litigato, per colpa del pavimento al piano di sotto. Forse non l’ha notato, ma c’è un piccolo avvallamento in mezzo.

– Adesso che me lo dice ha ragione, c’era qualcosa…

– Ma almeno sono stati onesti: ci hanno confessato che quel giorno erano tutti ubriachi perché era nato il figlio di quello che tinteggiava. Però erano irremovibili, non avrebbero rifatto il lavoro, gli sarebbe costato troppo. E quindi è nata una discussione, ed è già tanto che alla fine ci siamo accordati su uno sconto!

– Non vi siete lasciati nel migliore dei modi insomma.

La palla era passata di nuovo alla moglie.

– Si figuri, da quel giorno non li abbiamo più né visti né sentiti. E non hanno neanche posato i battiscopa. Va beh, quelli può metterli chi comprerà la casa, non sono una grande spesa in fondo. Un po’ come la ringhiera per la scala, sempre che la vogliano, ha visto che è benissimo utilizzabile anche così…

(Come no, basta trovare una famiglia di stuntmen, signora.)

– Tutto chiaro. Prima di riprendere con le foto ho una domanda importante, anche più di quella sulle fatture: avete le planimetrie aggiornate dell’immobile? Ufficiali intendo.

– In che senso le planimetrie ufficiali? Abbiamo quelle vecchie del notaio e i progetti nuovi che abbiamo fatto io e mio marito.

E nel dirlo mi ha allungato un faldone con dentro dei fogli in carta millimetrata con degli schizzi.

– Cioè nessuno ha validato il progetto?

Il marito ha preso la parola un po’ stizzito – Ma certo, l’azienda brasiliana l’ha validato! E le dirò di più, visto che c’era la questione del soffitto davanti all’ingresso da demolire, si sono anche presi qualche giorno per studiarla bene! Hanno dato il via libera solo dopo. Come le dicevo, fino a quel giorno fatidico sono sempre stati professionali, vero cara?

– Assolutamente caro. Un peccato che poi sia finita così… Ma tornando a noi, cosa ne dice di una bella foto dall’alto, a mostrare bene l’atrio e la scala? È chiaramente uno dei punti più interessanti della casa.

Il fatto è che quella non era una casa, era una specie di tempio dell’abuso edilizio e del cattivo gusto, l’equivalente di un trattato accademico sul concetto di scomodità abitativa, e un esempio concreto su come sia possibile spendere soldi malissimo.

Parlando di A.D., iniziavo a sentirmi come in una versione allucinata di un loro articolo.

I proprietari parlavano con una proprietà di linguaggio da Corrado Augias, ma ragionavano come qualcuno sotto acido, e la cosa si estendeva sia alle idee di interior design che alla scelta degli artigiani che le hanno poi messe in opera.

Ho fatto altre foto, per accontentare loro da una parte, ma ancor più per avere qualche testimonianza di una cosa che altrimenti, chissà, a distanza di tempo avrei potuto classificare come allucinazione da privazione del sonno. E anche per farmi qualche risata nel pomeriggio con Alessandro e Coso.

A sopralluogo finito mi hanno accompagnato entrambi alla porta, sorridenti, lei di nuovo col bimbo in braccio come quando ero arrivato. E non avevo la forza di spiegare il problema degli abusi che sarebbero stati da sanare, delle vaccate che hanno fatto sventrando una casa vecchia ma vivibile rendendola un collage di stanze senza senso, eccetera. Ero cotto, e avevo già fatto battaglie del genere senza cavare ragni dal buco.

Mi sono congedato professionalmente, promettendo una stima del valore dell’immobile nel più breve tempo possibile.

Sapevo che sarebbe stata lontana anni luce dalla loro idea, visto che se invece di ristrutturala l’avessero fatta bombardare da un drone, il valore finale sarebbe stato simile. Ma se non fossi stato io, sarebbe stato qualcun altro a dirglielo, no?

Eh no, non sarebbe stato male avere una casa in stile A.D. nel nostro portfolio, ma non sarebbe stata questa, decisamente.


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