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Tassidermia

mercoledì 24 ottobre 2012

Quando le case da visitare sono molto belle, o molto grandi, o molto costose, o una qualsiasi combinazione di queste tre variabili, le visite tendiamo a farle in due, come i carabinieri. Credevo lo si facesse per far sentire cliente più importante, ma nel tempo ho capito che la principale funzione di questa cosa è semplicemente quella di condividere bellezza con un collega, spezzare la triste monotonia di bilocali tutti identici all’interno di condomini tutti identici, dove la sola variante sembra essere il piano al quale si trovano e il cognome del proprietario.

La casa che abbiamo visto oggi non era esattamente bella, ma era enorme, la classica villa in stile borghesia padana metà anni Settanta. Bianca, coi muri a effetto bucciato in voga in quel periodo, e costruita su un terrapieno che la innalzava di qualche metro rispetto alla strada, e soprattutto rispetto a quei poveracci che i soldi per farsi la collinetta non li avevano avuti. Divisa su tre piani, era un enorme ed elegante ammasso di garage, taverne, tavernette, palestre, stirerie e bagni e multipli soggiorni, con una cucina abbastanza grande da poterci giocare a calcetto e un imbarazzante numero di camere da letto. Un castello di cui sapevamo tutto ancora prima di entrare, perché era in vendita ormai da più di due anni e pure i sassi ormai ne conoscevano vita, morte, miracoli e piastrelle.

Verso le diciotto siamo arrivati davanti la villa, col proprietario che ci aspettava, dritto in piedi in mezzo al giardino, in giaccone e pantofole. Ci è venuto incontro e ha aperto il cancelletto.

– Sapete, siete la prima agenzia che contatto. I miei fratelli erano contrari ma qui ci abito io, e decido io.

Mentre ci stringevamo la mano, ho notato che lui si era perso con lo sguardo all’orizzonte alle nostre spalle. Mi sono girato ma non c’era niente, tranne la nostra auto parcheggiata. Dopo qualche secondo di trance ci ha fatto cenno di seguirlo – Venite, incominciamo dal seminterrato.

 Parlava lentamente, come soprappensiero, mentre lo seguivamo lungo il sentiero in porfido che si snodava attraverso il giardino. Sulla cinquantina, faccia da ragioniere stanco, con occhi chiari dietro occhiali da Bill Gates, montatura fine dorata. Assieme ai tre fratelli, che vivevano ormai lontano, aveva ereditato la casa dai genitori.

Una volta entrati c’è voluto qualche secondo perché i miei occhi si abituassero al buio relativo del seminterrato. Ci trovavamo all’inizio di un lungo corridoio pannellato in legno scuro, con porte su entrambi i lati. Sembrava di essere nella stiva di un galeone.

– La casa è grande, vedrete, ma io preferisco vivere qui sotto. D’estate poi è fantastico, c’è fresco… ci si conserva meglio! – Si è esibito poi in un sorriso strano e asincrono rispetto alla chiusura della battuta, dando l’impressione che quella fosse la prima che diceva da mesi. Forse da anni.

Poi ha aperto la porta della prima stanza, e nell’angolo in fondo a destra, incastrato tra due librerie e appollaiato su un trespolo in mogano, c’era un enorme pappagallo impagliato e polveroso.

– Quello è Koko. Era Koko, il pappagallo che avevamo quando ero piccolo. Beh, tecnicamente ce l’ho anche adesso, ma non è la stessa cosa (No, direi di no). Quando è morto mamma e papà hanno deciso di impagliarmelo, perché sapevano che mi ero tanto affezionato.

Io e Alessandro abbiamo annuito, cercando di sembrare più empatici che stupiti. L’affetto per gli animali non si discute. Ho quindi iniziato a scattare le prime foto, cercando di non inquadrare troppo Koko che con quegli occhi impolverati mi faceva un po’ impressione.

Il mite ragioniere ci ha portato quindi nella stanza successiva. Nella penombra un cane lupo ci stava osservando immobile dal centro della camera. Un po’ troppo immobile, in effetti. Era impagliato anche lui. La piega che stava prendendo questo tour iniziava a essere un po’ sinistra per i miei gusti.

– Già che ci siamo ve li faccio conoscere tutti, lui è Skipper. È morto quando avevo diciassette anni, quindi vediamo (e si mette a fare i conti con le dita) … uhm, quarantun anni fa! E visto che pelo lucido che ha ancora? Lo tengo bene, come se fosse ancora vivo. – Poi si è avvicinato a una mensola per prendere un barattolo di metallo, e picchiettandolo col dito indice ha continuato – Ci sono dei prodotti apposta, ovviamente. Costano molto ma funzionano.

E nell’angolo, laggiù nascosta sotto il telo, c’è Liza, la barboncina di mio papà. Era un grande appassionato della Minnelli, aveva tutti i suoi dischi. Purtroppo l’hanno un po’ mangiata le tarme, credo siano state le tarme, soprattutto il naso. Era mio padre quello esperto di imbalsamazioni, io sono solo un hobbista a confronto…

Per qualche secondo, lunghissimo, siamo rimasti tutti in silenzio. Il proprietario che si rigirava tra le mani il barattolo di prodotti di embalming-care, Alessandro che cercava di distrarsi fingendo di guardare con attenzione le planimetrie, e io che mi ero rimesso a scattare foto, rinculando piano piano verso la porta. Sembrava una pièce di teatro concettuale.

Una volta ritornati tutti nel corridoio mi sono accorto che il proprietario aveva gli occhi lucidi. Doveva aver voluto davvero bene a quel cane. Più che al pappagallo? Forse sì, a giudicare dalla totale assenza di polvere dalle pupille di Skipper. Poi, con quello che sembrava essere un groppo in gola ha detto – E in fondo al corridoio c’è la stireria… Là dentro c’è mia madre.

Io e Alessandro ci siamo guardati negli occhi, e non so lui ma io ho sentito un brivido corrermi lungo la schiena. Forse il groppo in gola non era per il cane. Il tizio viveva da solo in una casa-castello da quattrocento metri quadrati ereditata dai genitori, preferiva stare nel seminterrato quasi senza finestre perché fa fresco e ci si conserva meglio, e sembrava avere una malsana passione, forse ereditaria, per le cose impagliate.

Avete presente quei film in cui l’investigatore privato riesce a mettere insieme tutti i pezzi di un mistero intricato, esattamente pochi secondi prima di finire accoltellato? L’atmosfera era un po’ quella. Ci siamo avvicinati a quell’ultima porta, e il ragioniere ha iniziato ad aprirla, lentamente, come per non disturbare chi c’era dentro. Noi sbirciavamo oltre l’uscio inclinando la testa da un lato come due suricati in un cartone animato della Disney. Si intravedeva il vestito a fiori di una donna, apparentemente in piedi. Forse l’aveva impiccata e stava penzolando dal soffitto basso? O forse l’aveva impagliata nella posa della massaia che prepara i tortellini, china sul tavolo? Una parte del mio cervello stava iniziando a pensare che forse sarebbe stato intelligente trovare una scusa e levare le tende molto alla svelta, e fanculo casa, provvigioni e gloria.

La porta era ormai aperta del tutto e, sorpresa, la signora col vestito a fiori si è girata verso di noi tutta sorridente. E non aveva l’aspetto smunto della mamma di Norman Bates[i]. Era una bella donna dall’aspetto gioviale e decisamente più vitale del figlio. E soprattutto era incontrovertibilmente viva. Chiacchierando con lei abbiamo poi scoperto che in verità solo il padre era morto, e che poche settimane dopo il funerale aveva deciso di andare dal notaio per intestare la casa ai figli.

In uno stato d’animo decisamente più leggero abbiamo finito la visita alla casa, fatto tutte le foto, discusso di cifre e percentuali, e dopo aver bevuto un caffè assieme a mamma e figlio ci siamo congedati. Una volta risaliti in auto ci siamo fatti una bella risata. Che coglioni! Eravamo stati sul punto di cagarci sotto per colpa di suggestioni da film horror di serie B, come dei ragazzini. Perché erano solo suggestioni, giusto?

È quasi mezzanotte mentre sto scrivendo queste note, fuori c’è buio e tira vento. E ripensando alla visita di oggi, forse non metterei la mano sul fuoco sul fatto che quel ragioniere, un giorno lontano, non si senta tentato di armarsi di formaldeide, uncini e unguenti per tenersi la mamma vicina per sempre, in quel seminterrato, assieme a Koko, Skipper e Liza. E poi c’era quella stanzetta, sull’altro lato del garage, che il geometra non ha voluto aprire. Solo attrezzi per il giardino, ha detto. Può essere. Di certo non andrò al cimitero del paese per sincerarmi che il cadavere del padre sia effettivamente sepolto là, no?

Sarebbe morboso.


[i] Norman Bates è un serial killer fittizio creato dallo scrittore Robert Bloch, protagonista della serie di romanzi Psycho. Bates è stato interpretato da Anthony Perkins nel film Psycho di Alfred Hitchcock.


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